I TETTI DI MARALBA FOCONE

FOCONE TETTI

I tetti di Maralba Focone

Nei suoi borghi, Maralba Focone declina la metafora del vivere, raccontandoci l’angoscia e il senso di solitudine che attanagliano chi è vittima delle tribolazioni della vita.

di Pasquale Di Matteo

Nella collezione denominata TETTI, in cui Maralba Focone rappresenta agglomerati urbani di case addossate le une alle altre, con muri e tegole che sbarrano lo sguardo in ogni punto cardinale, si ritrovano spesso anche alcune delle figure dipinte dall’artista in altri ambiti.

Quasi sempre sole, poche volte un adulto e un bambino, le persone che abitano i borghi della Focone sembrano spaesate, prive di una meta, con la testa china di chi si dichiara sconfitto e non ha più energie per trovare nuove strade, per provarci ancora.

Maralba Focone affronta così, nuovamente, il tema dell’angoscia, ma lo alterna a quello della solitudine, perché, in fondo, le persone tormentate sono anche sole, spesso persino quando attorniate da tanta gente.

L’artista pone l’accento sul dramma della depressione, una malattia ancora diffusamente sottovalutata, che rende impossibilitati ad andare oltre la sconfitta, senza occhi per scorgere opportunità diverse, nuovi percorsi da intraprendere e soluzioni da adottare.

I personaggi dei borghi della Focone sono la metafora di chi si sente solo, anche quando circondato dagli affetti, evidentemente non in grado di cogliere i sintomi di un male invisibile che affligge milioni di persone nel mondo, soprattutto nei Paesi occidentali, in cui i ritmi esasperati e la suddivisione in classi sociali del mondo d’oggi spingono gli individui a una guerra costante contro tutti, dal vicino di casa all’amico, dal concorrente al parente stretto.

In una società come la nostra, in cui un solo errore può condizionare pesantemente il resto della vita e dove nascere in una famiglia agiata, ben introdotta, conta più di quante capacità si possano mai possedere, è difficile l’arte di vivere per chi non ha un carattere forte, in grado di sopportare le angosce che inevitabilmente affliggono chi è destinato a muoversi nelle parti basse della piramide sociale.

Anche in questo caso, Maralba Focone dimostra l’attenzione viscerale per l’umiltà, per chi non ce la fa da solo, esasperando i sentimenti negativi provati da quelli che comunemente vengono indicati come perdenti, ma che, in fondo, potrebbero essere chiunque, perché tutti possono commettere un errore o incorrere in periodi poco fortunati.

L’animo nobile dell’artista si declina proprio attraverso queste attente riflessioni del vivere, materializzandosi in quei muri che sembrano confini di una prigione in cui vengono confinati coloro i quali non riescono a emergere, dove i tetti si trasformano in limiti invalicabili, volti umani troppo alti da raggiungere per le braccia di un bambino.

Maralba Focone dà forma a queste sue opere di borghi in maniera energica, spesso per mezzo di spatolate corte e decise, una dopo l’altra, proprio a enfatizzare il disagio e il senso di solitudine, in un affannarsi a stendere il colore sulla tela che testimonia come l’artista viva tali angosce in prima persona, perché altrimenti non le sarebbe possibile raccontarle nelle sue opere con tanta enfasi da arrivare all’anima di chi osserva, stabilendo un legame empatico tra se stessa e il mondo.

I borghi di Maralba Focone, in fondo, sono luoghi immaginari che trovano dimensione nelle menti di chi soffre per le mille tribolazioni che la vita ci presenta.

Luoghi in cui perdersi, ma anche territori in cui trovare la fiducia in se stessi, perché, come la pittrice torinese sembra spronarci a fare, solo partendo da noi stessi è possibile rialzarsi dopo una caduta.

L’empatia e le relazioni d’aiuto, purtroppo, sono elementi del vivere assai in disuso nella nostra società, una società che Maralba Focone è in grado di raccontare con raffinato, quanto brutale, realismo.

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